CENTRO ITALIANO DI POESIA 

 

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"Bologna, 2 agosto 1980, ore 10,25..."


Non ho capito cosa è successo. Ma sta' allegra.
La mia bambola, Nerina, mi ha detto in un orecchio:
«Ora vedrai, andremo al Paese dei Balocchi
e faremo un girotondo con tante altre bambine».
Pensavo a Emilio, in quel momento.
Non ci voleva proprio questo sisma.
Emilio mi aspettava alla stazione
e lo so, come sempre, coi fiori.
Se ritadavo li buttava a terra.
Parlava di sposarmi. Che ridere...
L'avevo conosciuto per caso davanti al giornalaio.
Chissà, poi, cosa sarà stato: un tuono d'estate.
Stavo pensando al campo di mio padre,
nell'Alta Irpinia, ai limiti del Cielo.
«Vieni, mi aveva scritto, il grano è stato tagliato
e i girasole si sono voltati a oriente.»
Avevo una ferita sanguinante.
Voleva lasciarmi perché era sposato.
Io avevo pietà per i suoi figli.
Ma l'amavo e tessevo il dolore a punto assisi
seduta sulla sedia de la Gare de Boulogne.
Ma a tela finita egli verrà.
Avevo detto sempre agli amici
che la vita era uno schifo.
Ma in quell'attimo, in un lampo
ho visto tutte le sue meraviglie.
Per Peppino avevo comprato Goldrake,
per Lucia una bambola che faceva pipì,
per mia figlia Anna Maria,
la madre dei miei vispi nipoti, un frullatore.
Poi... ci sarà stato un falso contatto.
Qualcosa non avrà funzionato.
E sono stato sbalzato dalla poltroncina.
Ma io ho cercato soltanto di salvare
Goldrake e la bambola di nome Imam.
Vi prego, spediteli ai ragazzi.
E non sbagliate indirizzo.
Codice postale 80123.
[...]

 

Domenico Rea

Ho sceso dandoti il braccio...

Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica - Sora, 7 luglio 1901

Oggi, 27 giugno un ricordo di Alberto Bevilacqua, poeta

 

così commentava l'origine di questi suoi versi nel "Figlio evitato":

 

"Ci fu il piccolo enigma del Figlio evitato. Riflettevo che, nel bilancio negativo di molti aspetti della mia vita, il male di mia madre si era imposto. Con effetti radicali, alcuni devastanti. Dovevo riconoscerlo con rassegnata amarezza. Avevo pagato i conti che lei aveva lasciato in sospeso dopo essere stata dilapidata. In me si era fatto ossessivo il pensiero che non ero padre, traumi e contagi materni mi avevano impedito di esserlo. Ne era nata una poesia. Fra le mie che considero più belle. L'avevo dedicata al figlio che non avevo avuto... La tenevo sul mio tavolo di lavoro. Andavo a rileggerla per provarne una pietà tutta mia, per farmi del male. Un giorno, il foglio con la poesia scomparve... Ho ritrovato il foglio con la poesia tempo dopo, fra le pagine del Diario di mia madre."

 

 

... è nello sguardo chiaro
che potresti avere, è nel tuo guardarmi
furtivo, mentre sono distratto,
che mi capia di pensarti,
figlio
che non ho voluto per deliberato amarti

- potrebbero, se tu fossi esistito
essere le nostre vite
strette l'un l'altra
come piccole scimmie freddolose
al vento di questa sera
... ti avrei al mio fianco a camminare
in false distanze, scorci
di pensiero anch'esso di prospettico inganno
... o forse
mi potresti persino detestare

- avresti potuto
essere il mio orgoglio - dicono -
ma il mio orgoglio è l'averti risparmiato
l'ora della penombra
che affila la lama:
tu solo puoi dire
se fu errore e in che misura
non averti dato in pasto alla specie
... tu solo capire
che con la forza del vuoto ti ho piena,
mia statuina sacra,
mio geranio a cui do acqua
alla primora del giorno,
e giorno non c'è che mi dimentichi

... ci troveremo là dove si sta nel prima
e al prima si torna,
rispondimi: perché avrei dovuto
infliggerti devianze di una via
per un calvario breve?
- mi vedrai un giorno apparire,
mi lascerai, io spero,
il posto a sedere
accanto a te: ricordati, se puoi,
di toccarmi almeno le mani
nelle mie mani le piaghe
del non averti
mai accarezzato la fronte da vivo

... delle primavere, delle donne che avresti
potuto avere
è fatta questa vastità della mia solitudine;
mi vanto solo di questo:
non ho buttato nel pattume nessuno.



nella silloge
interpretando in versi la detenzione di mia madre nell'ospedale psichiatrico di C.
e in Le Poesie, Oscar Mondadori 

 

 

 

 

Gesualdo Bufalino e la poesia

 

Se qualcuno stasera è infelice come me,
qualcuno come me, sprangato in una stanza,
dopo aver visto due volte lo stesso film,
solo con un baule di parole sbagliate,
di ricordi bugiardi, in un paese di neve,
fra due lenzuola bianchissime, solo;
se qualcuno stasera è come me nel mondo
uno straniero che domani se n’andrà…

 

Amico che di là dei monti
per ascoltarmi stringi gli occhi come una volta,
ricordi i balli prima della guerra,
e Jole e Minia e la signora forestiera,
ricordi il sole del trentanove
sui nostri visi brutti, le nostre risa di poveri,
l’intercalare «Quien sabe?» di moda tutta un’estate,
finché significò qualcosa…

 

Poi la luna si chiuse nei pozzi,
l’unghia d’inverno recise
i mazzi di robinie spruzzolati di sangue,
migrarono gli uccelli dai nidi delle caserme…
Chi guarirà dentro di noi tutti quei morti
che palpano con mani cieche
la notte smisurata che li mura?
Chi nel nero tizzone risveglierà una guancia
per ripetere «t’amo» al ponte della Bettola?

 

Giorni più neri altrove m’aspettavano:
mi punse il petto la febbre
con lunghe aguzze scapole di vergine,
scaltro venne un sensale
a contare i miei passi, il mio respiro…
Insolente proposta di esistere,
inutilmente al balcone
il grido del gallo un’alba mi chiamò.

 

Da allora chiuso nel mio cunicolo, e pieno
d’un minuto rancore, d’un bambino rancore,
come un guardiano di faro infedele
vivo in attesa d’un naufragio, m’affeziono
ai minimi relitti che la tempesta mi porge,
dirigo sugli scogli ogni barca che mi cerca,
rido da solo strofinandomi le mani…

 

Dio, tu dici, o chiedi in silenzio:

 

a guisa dei poliziotti dei romanzi,
ho fiutato nel mondo le Sue peste;
in piedi e in ginocchio, beffato e beffardo,
l’ho ferito e chiamato, l’ho perduto e cercato,
ma il delitto dentro la stanza chiusa
s’è ripetuto ogni volta, all’improvviso…

 

E poi… ma addio, addio, le parole non servono.

 

Gesualdo Bufalino
da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1982

 

9 giugno, celebriamo Saffo

Le stelle, certo, attorno alla bella luna

indietro nascondono il luminoso volto,

quando, piena, più che mai risplende

sulla terra tutta

 

 

 

 

 

O graziosa luna, io mi rammento 
che, or volge l'anno, sovra questo colle 
io venia pien d'angoscia a rimirarti: 
e tu pendevi allor su quella selva 
siccome or fai, che tutta la rischiari. 
Ma nebuloso e tremulo dal pianto 
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci 
il tuo volto apparia, che travagliosa 
era mia vita: ed è, nè cangia stile 
o mia diletta luna. E pur mi giova 
la ricordanza, e il noverar l'etate 
del mio dolore. Oh come grato occorre 
nel tempo giovanil, quando ancor lungo 
la speme e breve ha la memoria il corso 
il rimembrar delle passate cose, 
ancor che triste, e che l'affanno duri! 

Ricordando Eduardo De Filippo

Botta di salvezza

 

Ho bisogno d’inventare una rima
tra quello che sta succedendo
e qualcosa di altro.
Ho bisogno di accoppiare un vicolo cieco
in cui mi sono cacciato
a qualche sconfinata prateria.
Mi fa da ormeggio per non naufragare.
Sono predisposto al soccorso della poesia,
che non è un’arte di arrangiare fiori,
ma urgenza di afferrarsi a un bordo nella tempesta.
Per me è pronto soccorso, la poesia,
non una sviolinata al chiaro di luna.
È botta di salvezza.

 

Erri De Luca

Oggi 1° maggio

- I –


Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l'abbaglia

 

con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

 

alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,

 

tra le vecchie muraglie l'autunnale
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare

 

tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo...

 

Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,

 

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri - non padre, ma umile
fratello - già con la tua magra mano

 

delineavi l'ideale che illumina
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell'umido

 

giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia

 

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine
dalle officine di Testaccio, sopito

 

nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude

 

la sua giornata, mentre intorno spiove.

 

da "Le ceneri di Gramsci" Pier Paolo Pasolini

Ai 2770 anni della splendida Roma e al "biondo Tevere" che ne ha determinato la nascita 

   LA COMMOVENTE ORAZIONE FUNEBRE DI GIGI PROIETTI IN MEMORIA DELL'AMICO GIORGIO CAPITANI 

"Preghiera degli Artisti"


O Signore della bellezza, Onnipotente Creatore di ogni cosa, 
Tu che hai plasmato le creature imprimendo in loro l’impronta mirabile della tua gloria, Tu che hai illuminato l’intimo di ogni uomo con la luce del tuo volto, volgi su noi il tuo sguardo e abbi pietà di noi, della nostra debolezza, della nostra povertà, volgi i tuoi occhi sul nostro lavoro, sulle nostre fatiche di ogni giorno, guardaci, siamo artisti, i tuoi artisti.
Siamo pittori, scultori, musicisti, attori, poeti, danzatori, 
siamo i tuoi piccoli che amano vivere sulle ali della poesia 
per poterti stare più vicino, e per aiutare i fratelli a guardare più in alto nel tuo cielo e più in profondità nel loro cuore. 
Perdonaci se siamo fragili e incostanti, ma siamo uomini, 
donaci la tua forza, quella che scopriamo nella tua Parola, quella che sentiamo nella tua grazia, quella che riceviamo dalla tua Eucaristia, da quel pane spezzato che è comunione, fraternità e gioia.
Ti preghiamo per noi, per tutti gli artisti, per il mondo distratto, 
fa che possiamo aiutare tutti gli uomini a scoprire qualcosa di Te, attraverso la nostra arte. 
La nostra vita sia un canto di lode alla tua bellezza e le nostre opere i raggi luminosi che illuminano le strade degli uomini. 
Donaci il tuo perdono e la tua benevolenza, donaci il tuo spirito di sapienza e di bellezza, ispiraci con il tuo amore e la tua grazia, donaci ali stupende affinché con l’arte ci innalziamo fino a te. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, Signore e fratello nostro. Amen.

GIORGIO CAPITANI GIORGIO CAPITANI
Luigi Magni Luigi Magni

L’OTTAVO RE DI ROMA – omaggio a LUIGI MAGNI
a cura di Giovanni Bocci, Enrico Papa, Andrea Pergolari

dal 22 al 26 Febbraio 2017 al Teatro Le Sedie di Roma

L'OTTAVO RE DI ROMA-OMAGGIO PERTURBATO ALL'ARTE DI LUIGI MAGNI
Piacerebbe a Gigi ?
Credo proprio di sì. Un'operazione semplice, vera, affettuosa per ricordarlo nei suoi aspetti più vari: sceneggiatore, regista, paroliere, intellettuale, grande conoscitore della storia in genere e di quella di Roma in particolare e ricordarlo soprattutto come uomo nel suo lungo sodalizio sentimentale ed artistico con la moglie scenografa e costumista Lucia Mirisola e tramite le parole, i racconti e gli aneddoti dei tre attori presenti (Enrico Papa, Edoardo Sala, Sebastiano Busiri Vici) che con lui hanno lavorato nel cinema.
Perla iniziale il filmato curato dal regista Massimo Castellani introduce allo spettacolo mostrando immagini e riprese di Gigi e Lucia e spezzoni dei loro film. A seguire, la proiezione di alcune scene dei film cui hanno partecipato gli attori presenti; poi, sul palco del Teatro Le Sedie, si susseguono musiche, cori, brani tratti da testi teatrali e cinematografici di Magni in una sequenza molto mossa e gradevole nell' alternarsi degli attori sul palco.
A intervallare i due tempi della rappresentazione l'audio di una interessante intervista concessa dal regista ad Andrea Pergolari, direttore del teatro e curatore dello spettacolo insieme a Giovanni Bocci ed Enrico Papa, con la voce di Gigi che sembra ammonirci dall'Aldilà, invisibile ma presente per introdurci alla seconda parte divertente e trascinante.
Applausi calorosi del pubblico che pare non accorgersi delle oltre due ore di spettacolo e anzi si sofferma volentieri ad ascoltare ulteriori episodi che li avvicinino alla conoscenza più intima di Magni.
Onore ai musicisti e agli interpreti: Giovanni Bocci (voce e tromba), Violetta Sala (flauto), Luca Menicucci (chitarra), Giulio Viglianti (batteria), Elvira Cappelletti, Elona Nderjaku (coro); Enrico Papa, Edoardo Sala, Sebastiano Busiri Vici e Rosella Petrucci attori che si prestano spesso con divertimento all'accompagnamento corale.
A impreziosire l'operazione-omaggio, sulle nere pareti del teatrino sono esposti numerosi "pizzini" di Gigi (messaggi e disegni su carta tramite i quali comunicava con Lucia) a ricordarci la sua origine artistica come disegnatore e vignettista al "Marc'Aurelio".
(sm)

  Pirandello e il tormento del vivere

 

   Un uomo che fugge da se stesso, un’occasione per raccontarsi, incubi che si materializzano. Questi i cardini della rappresentazione alla quale abbiamo assistito al teatro “Le Sedie” di Roma, una versione de “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello con la regia e nell’interpretazione di Enrico Papa.
Nel nero teatrino, rischiarato da due fasci di luce, si assiste a una confessione, uno svelamento di sé che l’uomo , dalla sua seggiola sul palco, rivolge a noi pubblico, tutti avventori della vita, inconsapevoli e distratti in un mondo di apparenze mentre nell’altro fascio di luce, più vivido, in platea, una donna, inanellando con imperturbabile costanza le maglie di una sciarpa rosso sangue, porge con malcelata noia le battute dell’avventore a condiscendere alle reiterate domande dell’uomo. Un allestimento nuovo e sorprendente che coinvolge e affascina per la profonda semplicità di una grande interpretazione che restituisce la Verità dell’Uomo e il suo tormento. A seguire una bella, varia scelta di poesie di Pirandello, aspetto letterario meno conosciuto dell’autore, recitate da Enrico Papa e Maria Teresa Toffano, a renderci ancora partecipi delle tematiche già presenti nel testo precedentemente rappresentato.
Applausi calorosi e meritati per gli interpreti.

 

Carla dall’Ongaro ( Corriere Web - Roma 18 Dicembre 2016)