CENTRO ITALIANO DI POESIA 

 

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Per coloro che amano il Sublime in tutte le sue espressioni e gli interpreti che lo veicolano

Billy Elliott, il musical

Temere, avendo così tanto amato il film, di subire una cocente delusione dall’allestimento in musical di Billy Elliott portato in scena al teatro Erkel di Budapest con la produzione del Teatro dell’Opera ungherese era forte e palpabile. E invece altrettanto lo è stata la sorpresa e l’entusiasmo che vibrando nell’aria, elettrica come la vitalità di Billy, ci hanno coinvolti con tutta la comunità festante e partecipe degli spettatori insieme ai quali abbiamo riso, ci siamo commossi  e abbiamo applaudito al ritmo della musica di Elton John.

Spettacolo rigorosissimo, rutilante, intelligente e ricco di invenzioni, assecondato da un cast numeroso e tecnicamente preparato in tutte le discipline richieste dal musical, puntuale in ogni aspetto: dai molteplici “quadri” dalle scenografie suggestive di István Szlávik, alle coreografie  impeccabili di Tihanyi Ákos e Szikora Boglárka, il tutto orchestrato dalla regia intransigente di  Szirtes Tamás.

Con forza maggiore rispetto al film questa messa in scena indica il sentiero da percorrere, quello che conduce alla ricerca della propria individualità, al rispetto per la singolarità del propria essenza, all’esaltazione e affermazione delle proprie inclinazioni innalzando, soprattutto, un inno al potere liberatorio e rivoluzionario dell’arte.

La lingua ungherese contribuisce ad accrescere il fascino di questa storia dal grigio, fumoso fondale minerario inglese, metafora della vita, donandole un respiro universale, favolistico ed allegorico.

La fedeltà a se stessi è il talismano segreto che apre le porte a una vita pienamente realizzata.

Pubblico entusiasta, applausi fragorosi al ritmo della musica per invitare gli artisti a donarsi ancora.

Noi… non abbiamo resistito al richiamo del matinée successivo !

 

sm

Budapest, 12 luglio 2018

 

Un ricordo di Alberto Bevilacqua

Dettagli a sangue

 

Di tanto amarti perduto
non resterà che questo:
il ricordare a strappi come ci si leva
una benda per rabbia da una ferita
fresca,
solo frammenti, dettagli a sangue,
o svolte fulminee,
il senso del dolore prima che il dolore esulti:
il poco, il breve
che non sapevamo vivendoli capaci d’immenso.

 

Alberto Bevilacqua
da Le poesie, Oscar Mondadori

Vogliatemi bene quando non ci sarò più....

ERMANNO OLMI ERMANNO OLMI

 

 

 

 

 

 

 

             L'albero degli zoccoli

  Moro

 

  Acciambellato in quella sconcia stiva,
  crivellato da quei colpi,
  è lui, il capo di cinque governi,
  punto fisso o stratega di almeno dieci altri,
  la mente fina, il maestro
  sottile
  di metodica pazienza, esempio
  vero di essa
  anche spiritualmente: lui -
  come negarlo? - quell'abbiosciato
  sacco di già oscura carne

  fuori da ogni possibile rispondenza
  col suo passato
  e con i suoi disegni, fuori atrocemente -
  o ben dentro l'occhio
  di una qualche silenziosa lungimiranza – quale?
  non lascia tempo di avvistarla
  la superinseguita gibigianna.

 

  Mario Luzi

  da “Per il battesimo dei nostri frammenti”, Garzanti, 1985

 

Lontano lontano…

 

Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.

 

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

 

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!

 

Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.

 

E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!

 

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi?

 

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.

 

Franco Fortini
(da "Canzonette del Golfo")

FRANCO FORTINI FRANCO FORTINI

                                      MEDITAZIONE

da "La Passione. Via Crucis al Colosseo" di Mario Luzi

MARIO LUZI MARIO LUZI

 Padre mio, mi sono affezionato alla terra

 quanto non avrei creduto.

 È bella e terribile la terra.

 Io ci sono nato quasi di nascosto,

 ci sono cresciuto e fatto adulto

 in un suo angolo quieto

 tra gente povera, amabile e esecrabile.

 Mi sono affezionato alle sue strade,

 mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

 le vigne, perfino i deserti.

 È solo una stazione per il figlio Tuo la terra

 ma ora mi addolora lasciarla

 perfino questi uomini e le loro occupazioni,

 le loro case e i loro ricoveri

 mi dà pena doverli abbandonare.

 Il cuore umano è pieno di contraddizioni

 ma neppure un istante mi sono allontanato da te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

 o avessi dimenticato di essere stato.

 La vita sulla terra è dolorosa,

 ma è anche gioiosa: mi sovvengono

 i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.

 Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

 Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

 Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

 Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

 La nostalgia di te è stata continua e forte,

 tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

 Padre, non giudicarlo

 questo mio parlarti umano quasi delirante,

 accoglilo come un desiderio d’amore,

 non guardare alla sua insensatezza.

 Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

 eppure talvolta l’ho discussa.

 Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

 Quando saremo in cielo ricongiunti

 sarà stata una prova grande

 ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.

 Ma da questo stato umano d’abiezione

 vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

 Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,

 ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

 Qui termina veramente il cammino.

 Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

 

 

 

 

 

 

 

Parma capitale italiana della cultura 2020, 

Sotto le feste

 

Rullano lontani tamburi.
Auguri auguri auguri.

 

Giorgio Caproni 

(Tutte le poesie, Milano, Garzanti 2013)

Nel segno della tenerezza

Madre e figlio * Bernardino Luini Madre e figlio * Bernardino Luini
PIERLUIGI CAPPELLO PIERLUIGI CAPPELLO

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una cosa sola.

                                                     

      (Eugenio Montale)