HOME   /  La poesia contemporanea   /  Beppe Salvia

A scrivere ho imparato dagli amici,

ma senza di loro. Tu m’hai insegnato

a amare, ma senza di te. La vita

con il suo dolore m’insegna a vivere,

ma quasi senza vita, e a lavorare,

ma sempre senza lavoro. Allora,

allora io ho imparato a piangere,

ma senza lacrime, a sognare, ma

non vedo in sogno che figure inumane.

Non ha più limite la mia pazienza. Non ho pazienza

più per niente, niente

più rimane della nostra fortuna.

Anche a odiare ho dovuto imparare

e dagli amici e da te e dalla vita intera. 

C’è chi, al contrario di me, non dispera,

che con salute e forza e virtù e buona

fortuna, si arrivi a morire dopo

tanti bei giorni, pieni di tantissime

cose di questo mondo o di un altro mondo;

o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto

povera dei giorni. Io son felice,

a questo mondo, solo di questo e spero

che a me il destino procuri con le sue

pesti e la pietà e i suoi dolori

un solo giorno più bello di tutti questi

miei dolorosi giorni; o di questo mio

dolore si dimentichi per un solo

giorno. 

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale,e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

la mia cultura è poca e la mente fioca,

non ho conosciuto regole e leggi e nessuno

dell’ordine dell’universo m’ha insegnato

ad amare la sua natura grande

e umile. Ho offeso con la mia stupidità

la legge della vita, l’infinita innocenza

della sua crudeltà. Adesso ho un cuore

nobile ma la mia carne è pietra. 

e imparo da solo con stenti l’errore
d’essere solo. E padre e madre vorrei
essere di questa solitudine.
non l’abitudine filiale, ma il segreto esempio
la natura dolce delle parole vere
io voglio dedicare questo corpo magro,
attraversato dal tremendo folgore
del coltello e dell’innaturale pietà
della preghiera. E spezza da sé e su
se stesso l’acqua rigida del suo vero.

 

 

Conosco adesso il tempo certo

degli abissi e la parola povera

della vita, e l’esclusione e l’essere

e il pentimento e la colpa. E tutto

dura nel mio corpo eterno, e io

non posso amare senza amor

e non posso soffrire senza dolore.

Ceneri del nostro tempo gli evidenti

abissi del dubbio e l’assoluto. 

La mia paura è grande ma ho il coraggio

di esistere. Soltanto in me è l’errore

del giorno e della notte. Il tramonto è leggero

come una carezza. e il giorno nella notte

si trasforma. Di questo genere del mondo

che è l’esser vero l’inconsapevolezza

giovanile fa nascere qualcosa che

soltanto l’amore della ragione conduce

ad esser vero. Anche di questo eterno

errore sono prodighi gli attimi fuggitivi, le origini e la fine.

Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

il mare è vasto e azzurro come il cielo,
e di questa ritmica melodia
vibrano foglie e fiori e le chiome
ampie dei pini. La malinconia
un tempo m’afferrava quando, vecchio
calligrafo di grigi fogli, ferro
e fuoco sono i versi, della casa
mia infinita, le persiane verdi
e il rosa scialbo e l’edera già grigia,
io sognavo inutilmente. Adesso
io amo questa nostra vita mite
e quei colori e quei versi, e tutta
infinita grandezza e la pazienza
del nulla attorno a queste sillabe.

in cielo i nuvoli son grandi vele
bianche, velieri. Io voglio per mare
un fondo di bottiglia e davvero
esitare a scrivere, non vere
le parole han bisogno di severe
prigioni dove snebbiare; più terse
allora seguiranno il verso giusto,
più vere eviteranno le maldestre
oasi d’ambiguità che son rare
ai deserti e frequentissime dove
il deserto è la folla delli errori,
e degli uomini incerti qui nei mari
d’assenza e di dolore. Come fiori
di mandorlo e di pesco le parole.

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
e questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.


Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
I baci sono bellissimi doni.