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Confondimi con qualcosa che hai in casa

 

Confondimi con qualcosa che hai in casa:
una tazza, un mestolo forato, o con l’incarto del pane
che io possa avere una grazia comune,
essere presa in mano o piegata e riposta,
esser gesto quotidiano, ricordo di giochi, di prove di fuochi,
di crosta nel latte,
un odore di soglia che avverti già sulle scale
o la presa alla cieca, la sicurezza persino banale
di trovarmi nello stesso posto, in uno stipetto;
esserti persino cara
in qualche momento, quando tutto ti è estraneo
e persino l’albero cambia forma
la chioma notturna diventa cava, grotta, e di fosforo diventano gli
occhi, in fretta, in fretta;
fammi sillaba piena, sensata,
trattami col senso che dà
una riposante maneggevole realtà:
son fatta di un solo mistero,
le spalle controvento,
le impronte cardiache,
segnaletiche, in fila indiana,
là dove smarrisci la tua parola
meridiana.

ti manca la parola
sul parapetto dove il gatto fa l’arco di caccia
così discorro con il prato
e con il tuo occhio
che chiudi come lo scultore stonda il difetto di creta
con la subbia e l’uggia dell’unghia
tira questa terra, ti tiri il cielo sulle spalle
mi contieni in storie che ascolto come pagine piene di figure
ti muschi e addolcisci
ti asciughi e scrocchi d’amore,
dora,
d’ora in poi
d’ora in ora
brindiamo alla buona ora
non è festa, non integra
ma volaticcia spora di vita
che andrà dove non sappiamo
dove forse siamo già state
irriconosciute
oh, qualcuno vedrà un ranuncolo
o un solanaceo di campo
solo tu saprai che si tratta di qualcosa
che è sfuggito
al dio che non ha orecchio

agli anni belli chiediamo un passo leggero
agli amori veri solo un verso, d’uccelletto:
ti ho capito.