HOME   /  La poesia contemporanea   /  Davide Rondoni

Ode al gelato 


 
Il gelato è la più bella
invenzione del mondo
dopo la mamma e il babbo
il fratello e la sorella
e considerati anche i parenti
vien dopo solo alla nutella.
 
Mi sento più ricco d’un nababbo,
un cono lo slurpo in un secondo
o me lo gusto piano piano
come fossi un gran sultano.
 
Datemi un gelato e sarò ricco
nel cioccolato mi ci ficco
come sarebbero belli tutti gli umani
coi grandi gelati tra le mani.
 
E provo un orgoglio profondo
perché il gelato in tutto il mondo
lo han portato gli italiani!

Possiamo soltanto amare

 

Possiamo soltanto amare
il resto non conta, non
funziona,
al mattino appaiono
la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, il fumo
dell’alito mentre apri l’auto
nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare
più qui, alla riva degli occhi. E l’estate
c’era, c’è nella calda bruna memoria
dei rami tagliati,
i visi diventano ricordi
le voci gridate stracci silenziosi –
i denti conoscono il sapore
del niente, e l’oblio che ha portici
e portici infiniti.

Possiamo soltanto amare
strappandoci felicemente figli dalla carne
parlando d’amore continuamente
ubriachi, feriti, vili
ma con gli occhi lucenti come laser
di fiori splendidi
e il canarino nel palmo della mano.

Mormorare come dare baci nell’aria.

Il rametto profumato non si raddrizza
con i colpi della nostra ira, lo sguardo
di tuo figlio non perde il velo di tristezza
se glie lo togli mille volte
dal viso…

Possiamo soltanto amare
fino all’ultimo nascosto spasmo
che nessuno vede
e diviene quella specie di sorriso
che si ha nell’abbraccio finalmente
di morire come scendendo nell’acqua.

Le stelle a miriadi saranno testimoni, e i venti
passati una volta accanto
sulla gioia profonda delle ossa
diranno: era fatto di allegria, amava,
oppure non diranno niente e poi niente
per sempre.

Possiamo soltanto amare
il resto è il teatro amaro
dell’impotenza sotto il sole giaguaro.


da «L’amore non è giusto»
CartaCanta Editore, 2013

Io non voglio diventare vecchio

perché lo sono già stato mille volte

e so già il buio e quella vile tempesta.

Ora che piango come vidi

pianger mio padre, la stessa ruga e la testa

abbattuta, piena di sgomento,

imparo che la giovinezza

non corre nelle sorprese

del sangue ma nello sguardo che un vento

strappa da terra

per vedere in questo duro paese

l'infinita somiglianza tra Dio

e il viso di lei tutte le sere, i rami

nudi contro il cielo, il vino

fermo nel bicchiere...

 

Sembra venire a volte

come opera del niente

il giorno

nei tram, nelle vetrinette

dei bar.

 

 

Non hanno sentinelle le nostre città,

chi veglia lo fa per mestiere

o per disperanza.

 

 

E il nemico nessuno

lo ha mai visto arrivare.

Come manchi tu 
non manca niente
di ciò che ha nome. 

Ma questo silenzio sofferente 
che sembra inghiottire ogni cosa
mi rivela che tu manchi 
come la gioia
che nessuno sa chiamare.