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Cinque grani dal rosario del bevitore
(ma il conto è incerto)
Un bicchiere di vino duro terrano che tinge le labbra di viola. Potremo guardarci mentre sembriamo truccati a rossetto, e fra maschi si fa solo per riderne e a stento. Allora stentiamo, prendiamo in giro la nostra vergogna come se fossimo tanto adulti da poterla sopportare. Forse dovremmo anche noi sanguinare dagli inguini un giorno, sentirne il disagio per capire quanto è necessario sentirsi desiderati.
Un altro bicchiere.
Il vino rosso non ha pazienza è aspro e nel farsi bere rivela i visceri e spoglia i pensieri. Un giorno vorrei amarti così, a sorsi spietati, per ogni sorso chiudere gli occhi trattenere il respiro e sentire nel gusto che il cuore batte un colpo a vuoto.
Ogni volta che alzo il bicchiere rimane sopra l’acciaio un cerchio di vino. Questi sono i miei orologi senza lancette – basta contare i quadranti che restano impressi sul banco – questo è il mio tempo che posso far ripartire da zero in un colpo di spugna.
Io sono Dio che di ventiquattr’ore ne faccio una sola.
Un altro bicchiere un altro bicchiere un altro.
Come rallentano i gesti adesso, come a dirsi che c’e un corpo fuori dal corpo e non obbedisce. Così deve essere la lentezza necessaria del palombaro in fondo al mare. Risalirà come nuotando nel cielo, come da bambino mi immaginavo facessero gli angeli.
Un altro bicchiere, l’ultimo.
Nostra Signora degli asfalti, proteggi gli ubriachi e i pendolari, perché l’andare a volte chiede coraggio, il ritorno più spesso fatica, e ostinazione.
Amen.

Senzavino

 

Mio nonno diceva che mangiare

senza vino in tavola

gli ricordava il tempo della guerra

mia nonna gli sopravvisse a lungo

quando anche lei morì

trovammo milleduecento bottiglie vuote

allineate come soldati lungo il muro

dietro alla legnaia

dopo pranzo negli ultimi anni lei si sedeva sul divano

con un sorriso strano che allora non capivo

pensavo che fosse per qualcosa alla televisione

invece

aveva approfittato della pace

So come muoiono le farfalle

come un uomo disteso di schiena su di un prato

guardano tutto il cielo che hanno

attraversato e poi

allargano le ali sopra l’erba

per allontanare la fatica

e pensano per sempre di volare

(a Stefania, finalmente)

 

Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore

come sembrava impossibile che tu fossi madre

come sembrava impossibile morire di parto

nell’anno duemila di Dio

pesavi di meno di questo cognome che oggi

io porto da solo che se si potesse prenderlo

in braccio e sollevarlo come facevo con te

sarei un uomo diverso e avrei un sorriso

più facile da regalare ai miei figli

Astronomia privata

 

Ho cinque nei sul braccio

sinistro e già da bambino

li univo in una forma

di incudine

come una costellazione

in negativo

sul cielo roseo della pelle

che delimita lo spazio alla vista

ma non lo rinchiude

e non sai dove prosegue

l’infinito

se dentro o fuori o semplicemente

ti attraversa

Impercezione

 

Dormi e il tuo corpo si fa sottile

come un quadrifoglio tra le pagine

e non è carta ma stoffa di lenzuola

e non è libro ma tu portaci fortuna

in questa escoriazione fino al vivo

che per paura di essere banali

solo di rado chiamiamo amore

Anonimi si nasce

 

I tuoi occhi hanno il colore di terra bagnata

se io fossi contadino direi buona da coltivare

ma da contadino mi sentivo solamente

quel fare grossolano e inadeguato delle mani

quando ho messo in te il mio seme

il mio gesto voleva essere di amore

ma somigliava più a un atto primitivo

un urlo lanciato con il ventre

mentre tu trasformavi in un embrione

il mio sentirmi vivo

(notturno, due note per un ritorno)

 

Dal ventre di mia madre mi trassero a fatica, avevo una mano sugli occhi come a coprirmi dalla luce e non passavo, non passavo. Mio zio si fermava ogni giorno davanti alla culla, poi mi guardava la testa e diceva: ”Non prenderà mai una forma normale”. Aveva ragione, ho ancora i lineamenti non regolari, ma stanotte c’è una luna comprensiva che mi segue verso casa e la sua luce lieve cambia i miei difetti in ombre.

Un capriolo è uscito dai campi, è rimasto nel fascio dei fari con le pupille brillanti come diamanti a mezz’aria. Ho frenato, mi sono fermato, dopo un secondo lunghissimo è andato via. Come le bestie abbagliate quando aspettano la morte, così io chiedo ci prenda la vita: di schianto e noi lì ad aspettarla ad occhi serrati, con quel coraggio che io non ho avuto neppure nascendo.

Compiti per casa

 

Otto anni e ancora non sai fare le addizioni
per questo ti correggo troppo duramente
allora chiedi “ma tu non sbagliavi mai?”

 

e come posso dirti che facevo sempre tutto bene
ero troppo bravo troppo grande per la mia età
spiegavano i medici 
come adesso lo sono per la tua

 

così racconto una bugia “certo che sbagliavo anch’io”

 

vedi, inventiamo un’infanzia che ci assomigli
per riempirla delle cose che avremmo meritato
tu un padre più paziente
io la matematica contata su cinque dita.