HOME   /  La poesia contemporanea   /  Franco Arminio

Non so non spetta a me
dare ordini alla vita degli altri,
non spetta a noi
capire cosa sanno dell'aria
e in quale anima svegliarsi,
a noi spetta dire il nostro,
cantare il nostro canto,
che sia di lavoro o di silenzio,
che sia un tremore,
un andare o un restare,
poco importa.
A noi spetta alzarci in volo,
sapere che è possibile grazie alla lingua,
e dalla lingua salutare il mondo,
fargli carezze,
guardarlo,
accompagnare uno sconosciuto,
tornare alla dolcezza di quando ti conosci poco,
prendere per buono
un desiderio
e il suo contrario,
perché siamo la spina che non scende
e il bel fiato degli angeli,
siamo questo e quello,
siamo le ali del volo
e il vomito di un zoppo,
e oggi l'amore è questa notte insonne,
la notte in cui il mio cuore è conteso
dalla mia paura e da nessuno,
la notte in cui lascio la paura 
e scendo in strada sapendo 
che non è il paese ma l'universo,
sapendo che c'è la stella in cielo,
sapendo che nel mondo
c'è il mare e la tua carne,
c'è la tua carne e il filo d'erba,
c'è la luce e la tua carne,
c'è la tua carne e la mia
che possono abbracciarsi.

La prossima volta che ci vediamo
portami con te in un supermercato
dentro un bar nel parcheggio di un ospedale
portami dove vuoi
senza toccarmi ma tienimi col filo delle tue narici
tienimi dentro la nuvola in cui dio e il vuoto
si fanno i dispetti usando le nostre ombre.
La prossima volta che ci vediamo
portami con te in una strada di campagna
dove abbaiano i cani
vicino a un’officina meccanica
dentro una profumeria
portami dove vuoi
spezza di colpo con un bacio il filo
a cui sto appeso
fammi cadere in qualche punto dell’inferno
e il corpo dove abito sia finalmente illuminato
dalla tua voce.
Ti seguo ti prendo e il corpo mio
finalmente s’allieta
ricomposto attorno a te
sopra di te
bestia selvaggia
con l’anima di seta.

da 

 

"Ti scrivo. La poesia è dei santi e delle bestie"

 

 

P.S.

 

Per leggerti doveva venire qualcuno da Milano

all'osteria di mio padre,

a Bisaccia non arrivava il Corriere della Sera.

Io ero inquieto come adesso,


forse anche per me la radice


del male era nell'amore impossibile

per mia madre.

Ora che tu sei morto e io sono quasi già vecchio

posso dire che siamo due bestie


e che nulla abbiamo da spartire


con la socialdemocrazia dello spirito

che si è diffusa nei poveri e nei ricchi.


La poesia è dei santi e delle bestie,

mai dei colti e dei precisi.


Dovevamo fare i briganti 


i piromani, i banditi

e invece abbiamo umiliato la nostra violenza


tra le righe.

L'Italia di oggi 


ha perso miseria e garbo,


ha perso l'altezza e la bassezza,


è tutto un via vai di pensieri

a mezz'aria, perfino nei corpi

a volte non c'è storia.

La fame di corpi che tu avevi


ora sarebbe senza rimedio,


saresti un morto di fame.

Capisco perché di notte

era il tempo dello sperma.

L'odore che c'è sulla punta del cazzo

non è come le chiacchiere del giorno


tutte uguali, una giostra di parole


che non sa di niente.