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L’attesa

 

a Saffo

È quasi l’ora, e io esco all’aperto.

Dolce notte! perché dunque mi struggo?

E come il cielo è purissimo e calmo!

 

Conduci al convegno quella ch’io amo

e non trapassi inconsumata l’ora

o notte.

In solitudine confusa,

dimentico tra me ch’ella è partita

e al luogo del convegno aspetto sola.

Ex voto

 

Dea velata di marmo e di silenzio

casta, racchiusa nel perpetuo inganno

del tuo corpo ideale, anima impura-

sento alitarmi un sonno di belletti

dalle tue ciglia; vedo tra le labbra

dove il pennello, non l’aurora, ha pianto

petali rossi, ravvivarsi l’ambra

dei tui denti all’assalto delle risa.

Si colma il cuore di un battito d’ali

quando tu accosti la crescente luna

delle tue ciglia alla nuvola ombrosa

dei miei capelli: o ninfa, o baiadera,

non che adirarmi col vento d’amore

sospendo ai tuoi squillanti braccialetti

e alle tue lunghe mani una bianchezza

di mute solitudini, e il tuo collo

sfioro con disarmati occhi indolenti.

Sogno vince realtà


Più non sorga il domani: eterna e chiara
sia questa notte; in me dilaga il sole.
È sogno o realtà l’ombra che illumina
la stanza vuota? Lenta batte l’ora
sull’estasi notturna. Aspetto insonne
che il giorno la sua immagine mi porti
mentre dalle mie braccia fugge timida
quasi del primo albore, assecondando
il sogno di chi muore ebbro di luce.

Epilogo


O vento che commemori passate
moltitudini e fasti inceneriti,
o tempo contro cui non c’è riparo:
mi riduco al silenzio, nell’attesa
purissima dell’ombra che già stende
sui vivi un lembo della notte eterna.
Forse è quest’ombra tragica sospesa
sul ciglio della notte che fa illusi
gli uomini di conoscersi e di amarsi,
naufraghi nel silenzio dei millenni.

La mestizia una maschera d’ancella
disegna sul mio viso: aria di giglio
che pensa mi incorona; io sento il vuoto
assumere ai miei occhi forma umana.
Ah, facilmente lo schiavo s’impiglia
nella catena che infranse a fatica!
Saggio è chi resta libero, e non cede
neppure al dio che invoglia alle carezze
quando trafitti da spade d’amore
gli occhi ottusi cavalcano nei sogni
sopra l’azzurro amplissimo dei cieli!
Non sottomessa ma ribelle al fascino
dispotico che emana il dio fanciullo,
dolcemente scherzando con la maschera
di mestizia stampata sul mio viso,
mi accomiato dal mondo e da me stessa
con un gesto sommesso di distacco.

L’anima mia che ha tristezze d’aurora
e di tramonto, e il gusto della morte,
non più tenuta viva da illusioni
piange sommessa al clamoroso mare
come un fanciullo triste, abbandonato
senza difesa a tutti i suoi terrori.
Ma quando il sole un riso di rubini
mi semina tra i solchi della fronte,
spiegano i sogni un volo di gabbiani!
Persa in un mondo di gocce d’azzurro
e di freschezza verde, annego in questo
mare più dolce dell’oblio l’angoscia
cupa degli anni tardi, in cui presento,
rammaricando, che il mio tempo è morto.

Felice sospensione ha il mio dolore
nella pausa più dolce di ogni suono
in cui non si ode più, deposto il flauto,
la sua struggente melodia, ma quella
che sopravvive al flebile strumento.
Non meno dolce o meno commovente
nota il cuculo invia dalla lontana
campagna a primavera. E come il vento
su per roseti rampicanti in fiore
si attarda a mietere carezze, prima
che il suo bisogno estremo di compianto
lo induca a un folle, vano imperversare:
così una breve pausa ha il mio dolore
se vedo sopra il campanile a sera
la prima stella accendersi, che pare
contraddica il mio pianto e che sorrida.

Alla primavera


Nelle mie vene, un tempo ebbre di vita,
batte con ritmo languido il risveglio
di primavera, e accende il sentimento
in chi non vuole più se non amare
la cecità del pianto. Lunga o breve
tragica è questa favola che bella
sembrava al tempo in cui l’ineluttabile
certezza non aveva ancora offeso
l’ingenuità dei nostri cuori, illusi
di essere eterni. Eppure mi sorprendo
talvolta a intenerirmi quando un giglio
spunta a piè d’una quercia, o nel giardino
il mandorlo è fiorito. E una dolcezza
di memorie distende il mio dolore,
già creduto incurabile, in un riso.
Poi, quando il giorno muore nella notte,
si fa nera ogni cosa, accoglie e fonde
l’anima curva sotto il suo destino
questo fluire in lei di tante vite.