HOME   /  La poesia contemporanea   /  Giuseppe Conte

Metamorfosi d'amore PDF Stampa E-mail

Though they sink through the sea they
shall rise again;
though lovers be lost love shall not.
(Dylan Thomas, “And death shall have no dominion”)


Giuseppe era il mio nome di
cristiano, ora non ho più nome: sono
api e lucertole, pietre e mimose, il
mare:lei non mi potrà riconoscere.
Lei non mi potrà più dire: amore.
Potremo volare insieme all’alveare
del sole, vicini e sconosciuti, rovinare
in frane scoscese sulle spiagge
rocciose, essere due conchiglie nel silenzio
del fondale.
Da L’Oceano e il Ragazzo, BUR 1983, TEA 2002

Il poeta

 

 

Non sapevo che cosa è un poeta

quando guidavo alla guerra i carri

e il cavallo Xanto mi parlava.

Ma è passata come una cometa

 

l’età ragazza di Ettore e di Achille:

non sono diventato altro che un uomo:

la mia anima si cerca ora nelle acque

e nel fuoco, nelle mille

 

famiglie dei fiori e degli alberi

negli eroi che io non sono

nei giardini dove tutta  la pena

 

di nascere e morire è così leggera.

Forse il poeta è un uomo che ha in sé

la crudele pietà di ogni primavera.

Parole estranee a sua moglie      

Saranno state le due o le tre l’altra
mattina quando sono entrato nel letto e ti ho
parlato. Tu dormivi e ho premuto la
mia palpebra contro la tua calda. Volevo
dirti parole che ci sono estranee, quelle
dell’amore che eterna: era tragica la
mia resa: le regole del gioco cadute. Così dietro
le nostre palpebre non gli occhi, le orbite. Le
nostre dita di pietra e i nostri fianchi fondali e
laghi i nostri piedi fluiti e ormai viticci
e nidi per le civette. Non saremo più
insieme. Non ne parleremo mai più. Futuri
venti soffieranno sulle nostre finestre dal mare
lontano noi saremo topi meduse
fiori

Un autunno come quello

 

Dammi un autunno come quello
degli alberi cedui, mia vita.
Il tremolio glorioso e tintinnante
di una luce superstite e infinita,
di esistere ancora la voglia,
il sogno di essere il sole che fa ogni foglia
prima della caduta.

Un giorno se mi leggerà

 

Un giorno se mi leggerà il lettore del

terzo millennio, saprà che c’erano gli
alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli
eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le

rose: chi non voleva più soffrire, e chi
voleva amare tutto, chi di se
stesso faceva dono e dei poemi
violenti e lontani erano, semplice e
deboli.

Qualcosa di così immenso

 

Com’era diritto mio padre

quando saliva le scale

di ritorno dall’ufficio
e le nostre vicine, le parrucchiere
lo salutavano: “dottore”.
Che passo veloce, sicuro.
Che doppiopetto, che cappotti portava
quando la domenica rientrava
forte come una folata di tramontana
da quei suoi segreti, fiabeschi
viaggi di fine settimana.
Fu proprio dalle falde del cappotto
che quella sera fece saltare
sul pavimento della cucina
per me il cucciolo promesso
il piccolo pastore tedesco
che poi chiamammo Sahib.
Ora finalmente ci penso.
Mia vita, non mi hai più regalato
qualcosa si così triste,
qualcosa di così immenso.

Il cellulare lasciato sul copriletto

 

Sibila il cellulare

lasciato sul copriletto
nella mia camera d’albergo
simile ad un insetto
levigato, ingigantito.
Mi risveglio e lo prendo.
È la voce che attendo.
Ti dico grazie, vita.
Domenica mattina
e tu mi sei vicina
da un mare all’altro mare
va chiara la tua voce.
Forse tu mi vuoi ancora.
Miracolo che continua.
Luce di un’altra aurora.