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NESSUNO PIÙ MI CONSOLA

Nessuno più mi consola, madre mia.
Il tuo grido non arriva fino a me
neppure in sogno. Non arriva una piuma
del tuo nido su questa riva. 

Le sere azzurre sei tu
che aspetti i muli sulla porta
e avvolgi le mani nei panni,
leggi nel fuoco le risse
che disperdono i tuoi figli
ai margini delle città?

Un abisso ci separa, una fiumana
che scorre tra argini alti di fumo.
Sono queste le tue stelle,
è il vento della terra
è la nostra speranza
questo cielo che accoglie le tue pene,
la tua volontà, la tua domanda di pace?

Tu vivi certa della tua virtù:
hai vestito i cadaveri variopinti
dei padri, hai trovato ogni notte
la chiave dei nostri sogni,
hai dato il grano per la memoria dei morti.

Noi aspettiamo il tuo segnale
sulla torre più alta.
Tu ci chiami. Sei tu
la fiamma bianca all’orizzonte?
Un’estate di lutti
ha rimosso nel ventre le antiche colpe,
ha cacciato i lupi sotto le mura dei paesi.
I cani latrano al sole di mezzogiorno,
la civetta chiede ostaggi per il lugubro inverno.

Tu ascolti, madre mia,
il pianto sconsolato delle Ombre
che non trovano requie
sotto le pietre battute
dal tonfo di fradici frutti.

POST SCRIPTUM

Qualcuno gode nell'orto 
la sua ora di delizia, 
qualcuno forsennato 
scrive versi tra le ceste di noci, 
qualcuno raschia il tartaro dalle botti
nei sottani. A mezza età 
il poeta sopravvive. La sua fortuna 
durò un soffio, un lampo 
la sua grazia.

CAMERA DI RAGAZZO

Mi ricordo ancora 
i versi che scrissi 
alla pigra passifiora 
quando il cuore tremava 
al lamento notturno degli infissi. 
Lungo l'inverno intero 
coi piedi sulla brace 
e la testa di ghiaccio. 
Più pesante di fuori 
era la neve io dentro 
spegnevo le candele 
e coi tizzi lucenti 
stavo solo a far niente.

LUCANIA 

Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi, 
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.

Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto,
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.

Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odorosa palato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve. 

Terra di mamme grasse, di padri scuri 
e lustri come scheletri, piena di galli 
e di cani, di boschi e di calcare, terra 
magra dove il grano cresce a stento 
(carosella, granturco, granofino) 
e il vino non è squillante (menta 
dell’Agri, basilico del Basento) 
e l’uliva ha il gusto dell’oblio, 
il sapore del pianto. 

In un’aria vulcanica, fortemente accensibile, 
gli alberi respirano con un palpito inconsueto; 
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatte per secoli: 
nessuno rivolta una pietra per non inorridire. 
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli 
dell’abisso per cogliere il nettare 
tra i cespi brulicanti di zanzare 
e di tarantole. 

Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse.
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta, 
a raccogliere lumache negli orti. 
Udrò fumare le stoppie, le sterpaie, 
le fosse, udrò il merlo cantare 
sotto i letti, udrò la gatta 
cantare sui sepolcri?

 

Eri dritta e felice
sulla porta che il vento
apriva alla campagna.
Intrisa di luce
stavi ferma nel giorno,
al tempo delle vespe d'oro
quando al sambuco
si fanno dolci le midolla.
Allora s'andava scalzi
per i fossi, si misurava l'ardore
del sole dalle impronte
lasciate sui sassi.

LAPIDE

 

Non è un orto
o un giardino
il cimitero
dove io sono sepolto.
È un luogo assorto,
un muro.
Ogni bene è scontato,
ogni debito pagato
e il nome tutelato.
Mio amico, fratello
contami i vecchi giuochi,
il fumo, i fuochi antichi.
Prendi di me l'effige,
le rughe, la fuliggine,
le lacrime, la ruggine.
Non è un orto
o un giardino
il cimitero dove io sono sepolto.
È un regno spento, muto.
Qui l'amore è perduto.
Qui la festa è finita.

Grattacielo

 

Quando rincasavo a sera

c’erano due lumi rossi

agli angoli dello sterrato,

in quel fossato è nato

il grattacielo di Milano,

un piccolo segno di vittoria

per noi apostoli di canoni nuovi

del nuovo vangelo,

me lo trovo impagliato

di fronte all’Albergo Doria

come se io l’avessi innaffiato.

Mi fa ombra sul viso

all’angolo del marciapiede,

dove la fioraia contadina

portava un tempo edelweiss

e narcisi.