HOME   /  La poesia contemporanea   /  Nicola Bultrini

Noi giganti siamo rimasti in pochi
circondati da uomini piccoli
senza ombra.
Alcuni ci graffiano rabbiosi le caviglie
altri ci ignorano
fingendo di dormire.

 

Ma a noi giganti non va di partire.
La terra che abbiamo è una misericordia
colma di frutti e soli del mattino.
Abbiamo figli e una ricchezza
di doveri che è tutta la nostra libertà.

 

Non abbiamo paura del dolore
dello spettro luminoso del silenzio

 

e se la notte si muovono i fantasmi
ci chiamiamo per nome, uno per uno
e ci abbracciamo come capita 
nel buio

.

Mentre agli uomini tremano
le vene ai polsi, noi giganti
continuiamo a camminare 
nel gelo luminoso di gennaio
saldi nelle gambe, controvento.

 

da "La specie dominante" (Aragno, 2014)

La terra che esploriamo

non ci appartiene

possiamo anche dimenticarla

se capita.

La abitano migliaia di viventi

che neppure conosciamo.

 

Però possiamo camminare

poggiare i piedi

sulle piazze maestose

 

se piove ci bagniamo come l’erba dei prati

piegandoci

e poi ci alziamo, finito il temporale.

 

Allora qualcosa rimane sottopelle

come un umore.

 

Possiamo quindi osservare e ascoltare

vivere silenziosi

molecole nell’aria che popolano il mondo

non sapendo.

 

da "La specie dominante" (Aragno, 2014)

La notte ha il sapore d’acqua amara

il giorno è corpo.

Se tu sapessi quanto

sono stanco.

Però non abbastanza

per il sonno.

 

Puoi vedermi 
ripiegato 
in un angolo

mentre la mente rauca ancora ringhia
contro la notte

intera.


 

Vorrei dissolvermi

tacere finalmente.

 

Non sembra neanche mio

il cuore rumoroso

che si sente.

 

da "La specie dominante" (Aragno, 2014)

 

 

Che bello se vi potessi tutti aiutare

anche in segreto, nelle piccole cose.

Prendi ad esempio un dolore qualsiasi

la casa che manca, l’abbraccio negato

le rate da pagare.

 

Non vedi come tutto va in rovina

la terra che si lacera perduti i confini.

Certo, mi sarebbe di grande aiuto

sapervi tutti amare, considerare la nostra semenza

la vita contagiosa, l’amore che ci appartiene.

 

Sarebbe bello tenervi tutti in petto

portarvi nella terra dei giganti

venuti al mondo come conchiglie

e per il mondo destinati a camminare.

 

Tutto sembra desiderabile, ma io

non vedo più niente, allora mi rimetto

nelle mani del Signore.

 

Però anche voi salvatemi amici cari

prima di partire in questa torrida stagione.

E poi magari ci ritroviamo a raccontare

più leggeri, a fine estate.

 

 

E io che guardo e chiedo

se potrà mai finire. Ancora un’ora

triste e non ho nulla

più da offrire. Però c’è stato



un tempo, sì, c’è stato

ma scrivere per oggi non mi salva

le parole cui contavo

di affidare tutto il male del mondo.

 

Suona un disco fatto di vinile

l’onda celeste e meccanica

sale dentro il cielo di polvere

tu credimi, che a volte

vorrei il coraggio di non sapere.

 

Siamo sempre più felici

se crediamo di non essere in pericolo.

 

da "La specie dominante" (Aragno, 2014)

 

Le lampade a carburo

funzionavano circa otto ore.

Ognuno doveva comprarne una e caricarla,

che facesse appesa al muro luce

almeno per tre metri.

 

Parlano ancora di quando

giù in miniera si spensero tra i morti

senza fiato, respirando la terra.

 

Eppure se ci penso, sapermi sotto

mi fa sentire vivo. E quando torno

tutta quest’aria pare troppo,

un privilegio che non mi riguarda

 

perché le mie radici

così come ho vissuto 
sono 
carne, muscolo e fango.

 

da "La specie dominante" (Aragno 2014)

E’ un attimo di perdizione 
nel gesto dell'amore, smarriti i corpi
in un pensare profondissimo. 

Così fu, credo, la creazione
fatta per guardare il mondo 
e dire, come voce nel torace.

Suona la sveglia all’alba, la casa 
negli odori che riposa.
Anche noi obbediamo a una luce
nella foschia che forza l’inverno
 
e si procede per tentativi, strappi di motore 
per imparare a vivere un'ampia prospettiva 

poi capita talvolta che ceda la ragione 
ci abbandoniamo alla vertigine 
la vita nell’abisso, assolutamente.

 

da "La specie dominante" (Aragno, 2014)

Non è che non mi piaccia l’avventura, 
va bene anche sposarsi, avere cura. 
La corsa contromano degli eventi, 
gridare, nervi tesi, fino al pianto. 
Va bene il salto a vuoto, il calcolo del rischio. 
Ma è quel passo incerto del pensiero, 
lo scricchiolìo del mondo, 
talvolta, che mi fa un po’ paura.

 

da "La coda dell'occhio" (Marietti, 2011)