HOME   /  EUGENIO MONTALE   /  Poesie - Io e Montale oltre la parola 2

Il tiro a volo

Mi chiedi perché navigo
nell'insicurezza e non tento
un'altra rotta? Domandalo
all'uccello che vola illeso
perché il tiro era lungo e troppo larga
la rosa della botta.

Anche per noi non alati
esistono rarefazioni
non più di piombo ma di atti,
non più di atmosfera ma di urti.
Se ci salva una perdita di peso
è da vedersi.


(Diario del '71 e del '72,)

 

 

I nascondigli

 

Quando non sono certo di essere vivo
la certezza è a due passi ma costa pena
ritrovarli gli oggetti, una pipa, il cagnuccio
di legno di mia moglie, un necrologio
del fratello di lei, tre o quattro occhiali
di lei ancora!, un tappo di bottiglia
che colpì la sua fronte in un lontano
cotillon di capodanno a Sils Maria
e altre carabattole. Mutano alloggio, entrano
nei buchi più nascosti, ad ogni ora
hanno rischiato il secchio della spazzatura.
Complottando tra loro si sono organizzate
per sostenermi, sanno più di me
il filo che le lega a chi vorrebbe
e non osa disfarsene. Più prossimo
negli anni il Gubelin automatico tenta
di aggregarvisi, sempre rifiutato.
Lo comprammo a Lucerna e lei disse
piove troppo a Lucerna non funzionerà mai.
E infatti…

 

(Diario del ’71 e del ‘72)

 

 

Il primo gennaio

 

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

(Satura)

 

 

 

Due nel crepuscolo

 

 

Fluisce fra te e me sul belvedere
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.

 

Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene

 

Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali.

 

… le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi: fuorchè due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate
di un sorriso.

 

 (La bufera - Parte seconda)

 

 

A galla

 

Chiari mattini,

quando l'azzurro è inganno che non illude,
crescere immenso di vita,
fiumana che non ha ripe né sfocio
e va per sempre,
e sta - infinitamente.

Sono allora i rumori delle strade
l'incrinatura nel vetro
o la pietra che cade
nello specchio del lago e lo corrùga.
E il vocìo dei ragazzi
e il chiacchiericcio liquido dei passeri
che tra le gronde svolano
sono tralicci d'oro
su un fondo vivo di cobalto,
effimeri...

Ecco, è perduto nella rete di echi,
nel soffio di pruina
che discende sugli alberi sfoltiti
e ne deriva un murmure
d'irrequieta marina,
tu quasi vorresti, e ne tremi,
intento cuore disfarti,
non pulsar più! Ma sempre che lo invochi,
più netto batti come
orologio traudito in una stanza
d'albergo al primo rompere dell'aurora.
E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c'è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,

e che il cammino è sempre da ricominciare.

 

(Poesie disperse)

 

 

 

Ho tanta fede in te

 

 

         Ho tanta fede in te che durerà
       (è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
       finché un lampo d’oltremondo distrugga
       quell’immenso cascame in cui viviamo.
       Ci troveremo allora in non so che punto
       se ha un senso dire punto dove non è spazio
       a discutere qualche verso controverso
       del divino poema.

 

       So che oltre il visibile e il tangibile
       non è vita possibile ma l’oltrevita
       è forse l’altra faccia della morte
       che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

 

       Ho tanta fede in me
       e l’hai riaccesa tu senza volerlo
      senza saperlo perché in ogni rottame
      della vita di qui è un trabocchetto
      di cui nulla sappiamo ed era forse
      in attesa di noi spersi e incapaci
      di dargli un senso.

 

      Ho tanta fede che mi brucia; certo
      chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere

      senz’accorgersi ch’era una rinascita.

 

      (Altri versi)

       

 

 

Lettera levantina

 

Vorrei che queste sillabe
che con mano esitante di scolaro
io traccio a fatica per voi,
vi giungessero in un giorno d’oscura
noia; quando il meriggio
non rende altra parola
che quella d’una gronda che dimoia;
e in noi non resiste una sola
persuasione al minuto che róde
e i muri candidi ci si fanno incontro
e l’orrore di vivere sale a gola.

Per certo vi sovverrete allora
del compagno di tante ore passate
nelle vie lastricate di mattoni,
che tagliano, seguaci a infossamenti e ascese,
i nostri colli nani cui vestono le trine
rade di spogli rami.
E vi parrà di correre non più sola
sotto i dòmi arruffati degli olivi
tra abbrivi e brusche soste,
come rimpiccinita in un baleno.
O il ricordo vi si farà pieno
degli alberi che abbiamo conosciuti,
e rivedrete le barbate palme
ed i cedri fronzuti,
o i nespoli che tanto amate.

Questo è il ricordo di me che vorrei porre
nella vostra vita:
essere l’ombra fedele che accompagna
e per sé nulla chiede;
l’imagine che esce fuori da una stampa tarmata,
scordata memoria d’infanzia, e crea un istante di pace
nella convulsa giornata.
E delle volte se una forza ignota
vi regge in un groviglio
di brucianti ore,
oh illudervi poteste
che v’ha preso per mano alcuni istanti
nel segreto,
non l’Angelo dei libri edificanti
ma il vostro amico discreto!

Ascoltate ancora, voglio svelarvi qual filo
unisce le nostre distanti esistenze
e fa che se voi tacete io pure v’intendo, quasi
udissi la vostra voce che ha ombre e trasparenze.
Un giorno mi diceste della vostra infanzia
scorsa frammezzo ai cani e alle civette
del padre cacciatore; ed io pensai che foste
permeata da allora dell’essenza
ultima dei fenomeni, radice
delle piante frondose della vita.
Così mentre le eguali
vostre inconscie nei giuochi
trapassavano i giorni, e tra le vane
cure del mondo, ignave,
i vostri pochi Autunni,
amica, sì puri di stigmate,
scorgevano già dell’enigma
che ci affatica, la Chiave.

Anch’io sovente nella mia rustica
adolescenza levantina
salivo svelto prima della mattina
verso le rupestri cime che s’inalbavano;
e m’erano allato
compagni dal volto bruciato dal sole.
Zitti stringendo nei pugni
annosi archibugi,
col fiato grosso s’andava nel buio;
o si sostava, a momenti,
per misurare a dita
la polvere nera e i veccioni
pestati in fondo alle canne.
Attendevo affondato in un cespuglio
che la lunga corona
dei colombi selvatici
salisse dalle vallette
fumide degli uliveti
volta al cacume, ora adombrato ed ora
riassolato, del monte.
Lentamente miravo il capo-fila,
grigio sopravanzante, indi premevo
lo scatto; era la bòtta nell’azzurro
sécca come di vetro che s’infrange.
Il colpito scartava, dava all’aria
qualche ciuffo di piume, e scompariva
come un pezzo di carta in mezzo al vento.
D’attorno un turbinare d’ali pazze
e il sùbito rifarsi del silenzio.

E ancora appresi in quelle mie giornate
prime, guardando
il lepre ucciso nelle basse vigne
o il cupreo scoiattolo che reca
la coda come una torcia
rossa da pino a pino,
che quei piccoli amici della macchia
portano a lungo talvolta
nel cuoio i pallini minuti
d’antiche sanate ferite
prima che un piombo più saldo
li giunga a terra per sempre.

Forse divago; ma perché il pensiero
di me e il ricordo vostro mi ridestano
visioni di bestiuole ferite;
perché non penso mai le nostre vite
disuguali
senza che il cuore evochi
sensi rudimentali
e imagini che stanno
avanti del difficile
vivere ch’ora è il nostro.
Ah intendo, e lo sentite
voi pure: più che il senso
che ci rende fratelli degli alberi e del vento;
più che la nostalgia del terso
cielo che noi serbammo nello sguardo;
questo ci ha uniti antico
nostro presentimento
d’essere entrambi feriti
dall’oscuro male universo.

Fu il nostro incontro come un ritrovarci
dopo lunghi anni di straniato errare,
e in un attimo il guindolo del Tempo
per noi dipanò un filo interminabile.
Senza sorpresa camminammo accanto
con dimesse parole e volti senza maschera.
Penso ai tempi passati
quando un cader di giorno o un rifarsi di luce
mi struggevano tanto
ch’io non sapevo con chi mai spartire
la mia dura ricchezza, e pure intorno
di me sentivo fluire una potenza
benevolente, sorgere impensato
fra me e alcun altro un fermo sodalizio.

Intendo ch’eravate già al mio fianco
in quegli istanti; che vi siete ancora,
se pur lontana, in questo giorno stanco
che finisce senza apoteosi;
e che insieme guardiamo beccheggiare
tra i marosi e le spesse brume
le scogliere delle Cinqueterre
flagellate dalle spume.

 

(Poesie disperse)