CENTRO ITALIANO DI POESIA 

( Eugenio Montale)

 

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                  Per coloro che amano il Sublime in tutte le sue espressioni  

                                      e gli interpreti che lo veicolano

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto 
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

[dai Ossi di seppia, 1925]

Primo Gennaio


Primo gennaio

 

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,

brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa

 

(Eugenio Montale
da Satura, Mondadori Editore, 1971)

Per B.

I piccoli aeroplani di carta che tu
fai volano nel crepuscolo, si perdono
come farfalle notturne nell'aria
che oscura, non torneranno più.

Così i nostri giorni, ma un abisso
meno dolce li accoglie
di questa valle silente di foglie
morte e d'acque autunnali

dove posano le loro stanche ali
i tuoi fragili alianti.

Attilio Bertolucci

La capanna indiana", Sansoni, 1955

Bernardo a cinque anni

 

Il dolore è nel tuo occhio timido
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile.

In un giorno d’autunno che dipana
quieto i suoi fili di nebbia nel sole
il gioco s’è fermato all’improvviso,
ti ha lasciato solo dove la strada finisce

splendida per tante foglie a terra
in una notte, sì che a tutti qui
è venuto un pensiero nella mente
della stagione che s’accosta rapida.

Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.

 

Attilio Bertolucci

da Le poesie, Garzanti 1990

Bernardo Bertolucci insieme al padre Attilio nelle riprese di Antonio Marchi a Casarola (Parma), durante la guerra.

                                          29 settembre 1571

"Chi dice il vero non potrà avere né riparo, né focolare e neppure patria. È l’uomo dell’erranza. È l’uomo della fuga in avanti dell’umanità."

                            LA VERA NATURA DI CARAVAGGIO

Vogliatemi bene quando non ci sarò più....

ERMANNO OLMI ERMANNO OLMI

 

 

 

 

 

 

 

             L'albero degli zoccoli

Lontano lontano…

 

Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.

 

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

 

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!

 

Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.

 

E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!

 

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi?

 

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.

 

Franco Fortini
(da "Canzonette del Golfo")

FRANCO FORTINI FRANCO FORTINI

                                      MEDITAZIONE

da "La Passione. Via Crucis al Colosseo" di Mario Luzi

MARIO LUZI MARIO LUZI

 Padre mio, mi sono affezionato alla terra

 quanto non avrei creduto.

 È bella e terribile la terra.

 Io ci sono nato quasi di nascosto,

 ci sono cresciuto e fatto adulto

 in un suo angolo quieto

 tra gente povera, amabile e esecrabile.

 Mi sono affezionato alle sue strade,

 mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

 le vigne, perfino i deserti.

 È solo una stazione per il figlio Tuo la terra

 ma ora mi addolora lasciarla

 perfino questi uomini e le loro occupazioni,

 le loro case e i loro ricoveri

 mi dà pena doverli abbandonare.

 Il cuore umano è pieno di contraddizioni

 ma neppure un istante mi sono allontanato da te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

 o avessi dimenticato di essere stato.

 La vita sulla terra è dolorosa,

 ma è anche gioiosa: mi sovvengono

 i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.

 Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

 Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

 Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

 Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

 La nostalgia di te è stata continua e forte,

 tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

 Padre, non giudicarlo

 questo mio parlarti umano quasi delirante,

 accoglilo come un desiderio d’amore,

 non guardare alla sua insensatezza.

 Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

 eppure talvolta l’ho discussa.

 Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

 Quando saremo in cielo ricongiunti

 sarà stata una prova grande

 ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.

 Ma da questo stato umano d’abiezione

 vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

 Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,

 ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

 Qui termina veramente il cammino.

 Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

 

 

 

Nel segno della tenerezza

Madre e figlio * Bernardino Luini Madre e figlio * Bernardino Luini
PIERLUIGI CAPPELLO PIERLUIGI CAPPELLO

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una cosa sola.

                                                     

      (Eugenio Montale)